Georgejefferson and the Masterfusion. Filosofia in movimento


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Sulla dialettica materialismo_spiritualita

Di Georgejefferson


Ateismo e Religione. Premetto che personalmente scelgo da sempre un approccio agnostico [1] (in sintesi:"non sapere, non avere risposte certe"), ma mi affascinano ed incuriosiscono tematiche profonde e riflessive, specie se espresse in termini filosofici. E' comunque difficile per me convincersi con conferme esatte, e spesso nel tematizzare queste questioni si aggiunge ancor più dubbio e complessità, ma anchè sale la curiosità e la passione. Provo forte "allergia" per gli scontri denigratori, spesso confusi per sana polemica, sia dal lato materialista che da quello spirituale, dove si tende spesso a porre in termini discriminatori, prese di posizione pragmatiche ed in linea con la laicità moderna (genericamente "materialista"), oppure nella stupida banalizzazione della fede, o dei temi spirituali in generale (genericamente "spirituale").

Di fronte ad un certo conflitto di posizione, che da una parte vede esprimere la tesi dell'ordine generale di un progetto prestabilito da una soggettività (il divino o divinità), e dall'altra il caos, inteso come movimento del tutto casuale senza arbitrio e in divenire; può anche darsi che l'argomento possa apparentemente prescindere dal principio di non contraddizione, di concezione tipicamente occidentale . Una ipotesi non esclude l'altra, necessariamente, dati alcuni presupposti (la compresenza di entrambi i fattori in tempi e luoghi diversi, per esempio), ma allora vediamo che il principio di non contraddizione rientrerebbe dalla finestra, perchè dovremmo postulare delle premesse logiche e non contraddittorie alle tesi, per darne un senso, e non sfociare nell' idea del mistero metafisico per cui tutto può valere, e il discrimine viene rappresentato solo da una autorità terrena portavoce a cui credere senza dubbi. Proviamo a fare delle ipotesi postulando l'esistenza di Dio:

1° IPOTESI. Una soggettività pensante onnipotente (che può tutto) e onniscente (che sà tutto), fuori dal tempo e dallo spazio, quindi trascendente (tempo e spazio "altro" difficile da concepire) e favorevole allo svolgersi di parziale caos (che può divenire tragico e drammatico, visto dal lato umano sensibile), strumento pensato come funzionale ad un progetto misterioso nei fini.
2° IPOTESI. Come la prima, con una soggettività intenzionale potente, ma NON onnipotente e onniscente, e che si trova quindi, nei fini ultimi, a scontrarsi con un suo contraltare intenzionato a fini altri.

La prima ipotesi e' stata più o meno quella dominante per larghissimo tempo, l'unica (nelle svariate forme) in grado di dare una parvenza di giustificazione logica al fenomeno del male. Ma a parte che la sua diretta conseguenza e' il fatalismo, dove tutto può venir giustificato, mi preme sottolineare che e' abbastanza ovvio che il giudizio, in linea generale, e' condizionato dall' essere, o meno, vittime del dramma e tragicità del male. Insomma se stiamo relativamente bene, e il male sta "altrove", in linea di massima e' più facile accettare questo "fatalismo", diversamente al contrario. Allora come biasimare chi "chiede le prove", specie in virtù del suo soffrire, o sensibilità verso le ingiustizie? Se pensiamo alla divinità come necessariamente "giusta" (altrimenti non sarebbe "divinità") allora vediamo che la prima ipotesi non sta in piedi, a meno che postulare l'esistenza di una soggettività egoista e senza cuore. Si può reclamare il fatto che la divinità non c'entra con "i valori umani", che e' "altro", ma l'esperienza oggettiva e condivisa (nel vederla e sentirla) della ingiustizia e del male, e' peculiarità solo umana? Cioe' che non esiste all' infuori dell' uomo che si da dei criteri oggettivi (perchè esperibili insieme) riguardo al positivo e negativo? Qui non sto pensando solo all' uomo e le sue sofferenze, ovviamente, ma a tutta la vita in generale troppo spesso preda di ingiustizie.
Gia la seconda ipotesi e' più capibile, più probabile da premettere, fermo restando che si tratta sempre di speculazioni filosofiche sull' esistenza di Dio, di cui non abbiamo nessuna prova oggettiva, cioè esperibile da ognuno. Adesso lasciamo da parte un attimo questo discorso e proviamo a fare un ragionamento sul tema dicotomico della creazione/evoluzione.

Ponendo la tesi che il tempo non esista come concepito dalla visione del mondo quotidiana e semplificante (cioè non esiste come "sostanza" ontologica), e presupponendo a suo fondamento il solo movimento (la concezione del tempo risulterebbe la misurazione e annotazione di parte dei fatti avvenuti, provati o percepiti, da parte dell'uomo), ipotizziamo la sussistenza di un'origine divina, ed un divenire di effetti in perenne trasformazione (cioè il movimento di tutte le cose, pur se spesso impercettibile per l' uomo) determinati dal nesso causa/effetto.Fermo restando che si tratta di speculazioni teoriche difficilmente provabili, questa origine, da dove nasce? Nasce da sè? Ma come può una cosa nascere da sè se non esistiva? Bisogna per forza presupporre Dio come infinito, come sempre esistito. E allora a questo punto perde di senso il concetto di "origine", perchè non c'e' inizio. Riflettendo sulla causa prima, il concetto di infinito e' un presupposto che e' difficile scartare, perchè il "prima" della causa prima e' una riflessione logica ineludibile, ma allo stesso tempo mette in dubbio anche la concezione scientifica che si basa sul principio di non contraddizione, un susseguirsi infinito di cause ed effetti nega lo stesso principio di "causa"...ed "effetto", perche' tutto diverrebbe sia causa che effetto contemporaneamente, senza una causa prima che stabilisca l' ordine sequenziale che distingue le due qualità date. Certo, "causa" ed "effetto", sarebbero al più definite come distinte ma solo relativamente, in relazione ad un ridotto contesto contingente, ma in un contesto più approfondito, col presupposto del reale come "infinito", causa ed effetto sarebbero due qualità compresenti nello stesso oggetto. La contraddizione non sussiste nel relazionare le cose ad un contesto contingente, ma in senso assoluto la contraddizione e' totale.






Se cosi fosse, cioè che il tutto (per lo meno su questa terra) risulta indipendente dalla volontà umana, verrebbe meno l'auspicio classico e ragionevolissimo della bella frase cristiana: "aiutati che Dio ti aiuta", che e' una metafora, ma significante la necessaria responsabilità umana, perchè la verità di questa frase,vorrebbe dire che ANCHE (anche e non solo, tornando al sincretismo della ipotizzabile compresenza di contrari) l'uomo e' artefice di qualcosa, riguardo a sè medesimo e la vita in generale su questa terra.Lo si dice spesso anche in termini religiosi quando si parla di premio alla buona volontà, quindi e' legittimo e verosimile vedere il male come ANCHE opera di uomini e quindi non cadere nella trappola storica di accettazione passiva del fato intrasformabile, trappola sempre ben usata dai potenti della terra per demotivare e annichilire le volontà di miglioramento della società tutta, con persuasione e proselitismo al pessimismo Acritico.

Sono temi che aprono tante questioni.

Io penso che la trappola dicotomica sia uno strumento da sempre molto potente, perché impone una concezione statica della realtà che ritengo falsa. Non e' detto che una tesi annulli il suo contrario, possono coesistere dato il tempo, cioè il movimento, innumerevoli circostanze che alternano contrari o addirittura li fanno coesistere, nella realtà dello stato di cose presenti, in luoghi diversi.
Sono ipotesi non certe, ma plausibili, solo che anche quella ipotesi che una cosa non escluda l'altra... (lo ammetto, sono simpatizzante del sincretismo o equilibrio dei contrari, come semplice simpatia cercando di non farne una fede acritica), e' posizione degna di valore, in egual modo degli estremi contrari. Da agnostico mi affascina la ricerca filosofica, anche se non porterà a nulla di "oggettivo" e dimostrabile, non e' di fondamentale importanza. Magari lo stesso entusiasmo, piacere e bellezza della ricerca e' già una "oggettiva" meta e risultato bastante a se stesso.

Un appunto, sono un grande estimatore del messaggio di pace di Gesù, anche nell'interpretazione data da Hegel nel suo "vita di Gesù". Al di la della sua esistenza storica effettiva, prove contro prove ecc..ecc.., che e' argomento che non trovo di fondamentale importanza nella ricerca filosofica e spirituale, per me resta un simbolo "rivoluzionario", in senso lato, molto potente anche oggi nella visione del mondo odierna, spesso rivolta al darwinismo sociale come destino ineludibile, che domina e che attribuisce valore quasi solo ad alcuni parametri, quali efficenza tecnica, utilità materiale, pragmatismo assoluto, bellezza fisica, competizione (senza definirne bene gli scopi) che, pur importanti da riconoscere ovviamente, sono "parte" di altri che meritano uguale dignità e riconoscimento di valore (umiltà/ empatia/ tolleranza /diritto /solidarietà ecc...) di cui l'esempio e simbolo di Gesù e' portatore (ma non solo lui), quindi INSIEME di valori, non esclusione a priori.
Mi si dirà che tanti altri profeti hanno espresso idee simili e lo so bene, difatti rispetto anche altri culti e lo riconosco,ma non ho timore ne ritengo un male lasciarsi influenzare, in leggera e innocua preferenza intima, dalla tradizione del paese di origine, lo comprendo, non ne faccio un assoluto perchè penso che l'esperienza del reale sia comunque valutabile con la libera coscienza, ma con questo esprimo anche il rispetto per le tradizioni innocue native come diritto di scelta del sentimento e della ragione in libertà.



Uno dei suoi messaggi simbolo "rivoluzionari"...di Gesù, a mio parere, e' quello per cui chi nasce senza talenti particolari, o semplicemente vorrebbe dedicare la sua vita ad una attività semplice e piccola, diciamo pure la maggior parte delle persone... e' degno di merito (dignità) di comunque costruirsi e ricevere una vita serena (magari sobria nei beni materiali, ma comunque non di miseria e disperazione) ed essere ugualmente rispettato appunto per dignità in quanto essere umano, quantunque non facesse del male a nessuno e di sane abitudini pacifiche. E' compito di tutti noi insieme (senza distinzioni poste a priori), la costruzione di queste opportunità di base universali. E' il principio che non vede legittimo considerare inferiore tout court tante condizioni comuni, quando non si eccelle nelle arti e mestieri, ma solo diversità o peggiore abilità del settore, settore non necessariamente determinante alla elevazione del valore umano universale di base, che ha al suo fine la convivenza pacifica e nella libertà di coscienza.
Riguardo ai privilegi e autoritarismo da combattere, di certe frange della istituzione Chiesa, nel "pubblico" o società civile, a me sta bene idealmente e comprendo la buona fede valoriale di tanti portatori di proteste in questo senso. Mi piace pero ricordare che a livello mediatico, pubblico, quelle critiche esistono e sono dovute, ma non sempre altrettanto con altri poteri di privilegio storico e autoritario esistenti (bancario / finanziario / imprenditoriale / accademico ecc...)
Ci stanno spesso due pesi e due misure per l'opinione pubblica, e questo riflette scontri di potere che cambiano a seconda delle contingenze storiche.

Io ritengo probabile la NON onnipotenza della divinità, qualora essa esistesse/esistessero (e sono abbastanza agnostico ma possibilista in termini ontologici e probabilistici).
Probabilità ipotetica anche se non certezza, consapevole dei limiti della mentalità dell' oggi che mi condiziona, ma anche della possibile libera coscienza di ognuno, che ritengo possa darsi come Astorica (cioè non necessariamente condizionabile in tutto dalla mentalità dell' epoca, e cultura di provenienza). E' la libertà di coscienza, umana e spontanea se non rimossa nella paura, riguardo al giudizio su bene e sul male, cultura che viene appoggiata anche dai frangenti tradizionali del libero arbitrio di religiosa memoria. E' una concezione che può unire, su alcuni principi cardine, perchè esperibili e da esperire insieme, quindi cercando condivisione possibile, e NON imponendo il dogma autoritariamente (questa libertà di coscienza e' anche uno dei principi cardine democratici).
E' legittimo ritenere il male e' sbagliato a prescindere ed inaccettabile, quando riconosciuto nell' esperienza di ognuno , la fede sul divino che sottende alla giustificazione del male come necessario, anche se contestualizzato in un disegno più immenso non capibile, e' sbagliata, perchè non ne dà ragione. E la liberà coscienza di ognuno e' in diritto di reclamar ragione.Quella del disegno più grande non capibile e' stata la scusa millenaria dei potenti verso i popoli oppressi, anche quando osavano alzare la testa nei confronti di barbare abitudini millenarie schiaviste.
Se da un punto di vista religioso diventa prassi "cattiva" a priori (quella degli oppressi che alzano la testa) forse può significare che in verità, non c'e' quell'onnipotenza totale sbandierata, e...metaforicamente, e' il demonio stesso che ha superato il divino e si e' di lui travestito. Ma e' ovviamente più probabile che siano faccende umane, nonostante qualche caso a parte, di malriposta buona fede nel destino manifesto, ci possa essere stata.Se certezze non ce ne sono, non ci stanno neppure riguardo al fatto che l'uomo debba consolarsi di fronte al male pensando ad un benefico disegno assoluto non capibile.



L'ideale e' un equilibrio psico fisico tra i due opposti:
La legittima rabbia
La legittima pace
La questione della giustizia divina come destino fatalista e necessario non la condivido, perché presuppone un destino come indipendente dall'azione umana, nonostante con questo non voglia intendere che l' umano "può tutto" come un Dio. Presuppone una giustizia che, non vedo, non sento, non concepisco e nemmeno faccio esperienza. Allora una cosa può anche esistere al di la della mia comprensione, può essere...pero nessuno e' obbligato a riconoscerne autorevolezza e legittimità Acritica.
Storicamente e allo stato di cose presente, e' lo stesso argomento (quello della giustizia divina) di chi attua ed ha attuato innumerevoli soprusi con questa ed altre scusanti. E non ne faccio un unicum dei soli vertici della chiesa istituzione, anzi, e lo stesso non elevo i popoli e libere coscienze di ognuno giuste e buone a prescindere. E' sbagliato,a mia opinione, classificare categorie come compartimenti stagni senza distinguere chi e come nel dettaglio. Nei fatti storici innumerevoli persone senza colpe rilevanti hanno, ed ancora succede in larghe parti del mondo, patito pene, miseria e morte. Empatia significa anche cercare di proiettarsi nel punto di vista di chi soffre, (l'accusa di "buonismo" e' la scusa retorica usata per denigrare espressioni di sentimento e ragione umana spontanee).. e magari riconoscere o prendere in considerazione come possibile il fatto che la credenza nel giudizio divino giusto nel lungo periodo, di un progetto non capibile, e' condizionata dalla nostra personale esistenza più o meno serena che delinea la sua ermeneutica, e che non e' detto sarebbe lo stesso se cambiasse lo scenario per noi stessi, in senso peggiorativo a soffrire, quantunque ci riguardasse.
L'immagine di Dio che piange il suo figlio che si sente abbandonato in croce, assomiglia al paternalismo di certe classi dominanti neo aristocratiche, presenti e passate, che si auto convincono, a loro insindacabile giudizio, del destino e del bene da loro immaginato per il divenire, nel mentre operano "pensieri ed azioni" al tempo presente che hanno per conseguenza la morte per qualcuno, o le catene mentali della paura, per altri. Sul discorso della spiritualità la mia posizione personale e' quella di non assolutizzare una sola corrente escludendo le altre, e ritengo che la coscienza di ognuno sia libera di decidere autonomamente cosa tenere per se, o scartare, sia di una, che dell'altra tradizione. Fermo restando la innocua simpatia più marcata per quella cristiana come eredita nativa.
Non esiste, dal mio punto di vista la pura analisi imparziale perchè viviamo in contesti sociali e storici che ci condizionano. Ma possiamo fare esperienza insieme di cosa e' bene e cosa e' male, reclamando la volontà di crescere ed uscire dall' infanzia che ci tiene la mano con rassicurazione, ma relegandoci all' eterna fanciullezza irresponsabile. Io credo che spesso si pensa di pensarla in modo diametralmente opposto quando invece non esistono compartimenti stagni totalmente contrari, alcune cose si, alcune altre no, alcune abbastanza, alcune poco ecc..ecc.. e penso che la maggior parte delle persone non sia per niente troppo diametralmente opposta, ma ha tanti punti in comune e sembra più quelli in comune che non . Spesso quella presunta creazione di condizioni che dimostrano una verità sono ermeneutiche relative, che riflettono la propria visione del mondo, e penso che la verità stia nell'insieme, non nella parte che esclude, e quell' insieme di pluralità tradizionali contiene anche comuni denominatori grazie all' uguaglianza potenziale della coscienza. Ma insieme non significa assolutamente annacquamento e inefficacia, anche li dipende da cosa si intende, l'insieme non annulla la parte.Significa la compresenza nello stesso posto,ed il riconoscimento sia dell'una che dell'altra, quando trovato il tetto comune.
Rimanendo in metafora, come due colonne di un tempio, mica diventano una, le colonne, restano sempre due, l'uno e' l'insieme, la unità, cioè il tempio.




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